II° Catechesi quaresimale di Mons. Sorrentino: la guarigione del cieco (Gv 9)

11-03-2022

Ci poniamo ancora una volta in dialogo con Gesù. Dentro le pagine del Vangelo, al quale dobbiamo sempre più ritornare. Nella freschezza delle sue parole, delle sue immagini, dei suoi racconti. Lo Spirito Santo che le ha suggerite agli evangelisti, è lo stesso che ci abita. Ci aiuterà a farle diventare vita. Nel nostro cammino verso la Pasqua, questa nostra riflessione ruota intorno al tema della luce, come ci è presentato dal capitolo 9 del Vangelo di Giovanni.

Al centro del racconto è la vicenda di un cieco nato che Gesù guarisce. Una guarigione tra le tante operate da Gesù. Ma Giovanni è un vero artista nello scegliere alcuni segni intorno ai quali imbastisce una sorta di catechesi narrativa.

Una catechesi che, in questo capitolo, assume la forma dialogata di un dramma. I personaggi che si avvicendano sono Gesù, il cieco, gli astanti, i genitori del cieco, i farisei. Per fare una meditazione    che ci tocchi profondamente, la cosa che l’Evangelista ci chiede è metterci di volta in volta di fronte a queste figure, per misurare con esse la nostra vita. Ci accorgeremo che, in ciascun confronto, abbiamo qualcosa da imparare. Una griglia su cui fare la nostra revisione di vita. Il traguardo è la luce della Pasqua, nella quale si rivela profondamente quello che Gesù, in questo racconto, afferma di sé: io sono la luce del mondo.

L’interrogativo esistenziale che ciascuno di noi deve porsi è: Gesù è davvero la mia luce? È lui il sole che illumina i mei pensieri, i miei affetti, le mie scelte di vita?

Questa immagine della luce è universale, anche al di là della fede. La nostra cultura ne ha fatto addirittura un indirizzo filosofico, l’illuminismo. Un indirizzo ben presente nell’odierna cultura. Esso si impose nel ‘700, negli anni intorno alla rivoluzione francese, quando si cominciò a pensare che la luce vera è quella della pura ragione. La fede apparve, più che luce, un’ombra. Ne nacque una tensione che ancora oggi respiriamo: ad esempio, quando dobbiamo dare il giusto valore alla scienza, alla tecnica, alla medicina, all’economia, ecc., ci troviamo spesso di fronte alla pretesa della scienza di dire l’ultima parola. La fede non ha più cittadinanza. Se è tollerata, deve rintanarsi nell’intimo delle coscienze o nel chiuso delle sacrestie. Ma la visione cristiana della scienza, che pure è molto positiva ­– tantissimi credenti l’hanno praticata e la praticano –, si ribella a questa dicotomia: ragione, da una parte, fede, dall’altra. Ragione e fede sono fatte per incontrarsi e aiutarsi a vicenda. Per questo la nostra fede dev’essere una fede illuminata. La formazione teologica serve a questo. Se un cristiano adulto non sente l’esigenza di approfondirla, limitandosi a dire che “ha fede” e basta, rischia grosso. Rischia di farsi una fede a modo suo, che non risponde alla visione biblica della fede.

Ma torniamo, da questa problematica d’attualità, al racconto evangelico.

L’obiettivo si porta subito su Gesù che cammina con i suoi discepoli. Un’immagine dominante del Vangelo, che dobbiamo far sempre più nostra. Gesù non evangelizzava da solo: intorno aveva i suoi discepoli, la sua famiglia spirituale, dopo quella di Nazaret. Parlava a loro, parlava con loro. Era la prima “famiglia del Vangelo”, tutta costruita intorno a lui. In questo brano si sbircia nella vita di questa famiglia: un piccolo “spaccato” di come funzionava. Gesù e i discepoli sono in cammino, quando si imbattono in un cieco. Subito, dai discepoli, una domanda. Hanno già delle convinzioni, ma le mettono a confronto con quelle del maestro. La loro convinzione, erede di un’antica mentalità, li porta a pensare che, se c’è un male fisico – in questo caso la cecità – questo deriva dal fatto che qualcuno ha peccato. Si argomenta: dato che tutto dipende da Dio, e Dio è buono, non è possibile che punisca degli innocenti. Sei cieco? Allora o tu, o tuoi genitori, dovete aver peccato. Lo pensano gli apostoli. Alla fine del racconto sentiamo che anche i farisei lo rinfacciano, arroganti, al cieco che ha recuperato la vista: “Sei nato nei peccati e vuoi insegnare a noi?”

La risposta di Gesù porta una nuova luce sul problema. Gesù, si badi bene, non nega che il male abbia un qualche rapporto con il peccato, ma non lega questo rapporto al singolo peccatore. Egli sa, come la Scrittura dice fin dalle prime pagine, che il male è entrato nel mondo per istigazione di Satana e con la forza dirompente del primo peccato, che ha scatenato una reazione a catena di peccati, che ci portano, ahimé, a quello che anche in questi giorni stiamo constatando a distanza ravvicinata: un’umanità dilaniata dall’odio e dalla guerra. Non è Dio che punisce col male fisico il singolo peccatore, ma è l’umanità stessa che facendo il male e perseverando in esso si scava la sua fossa di dolore e di morte.

Dio piuttosto interviene, come in questo caso, a mostrare la sua gloria, che è gloria di misericordia.    Gesù è appunto la rivelazione di questa misericordia senza limiti. È il volto della misericordia. E lo vediamo qui all’opera, per una guarigione compiuta in un modo che ci stupisce, con una “tecnica” che oggi diremmo “arretrata” a confronto con la nostra medicina raffinata, ma che simbolicamente è capace di dire cose che la nostra cultura illuminata non saprebbe immaginare. Che cosa c’è, infatti, dentro quello strano e quasi ripugnante “sputare per terra”, fare del fango, spalmarlo sugli occhi del cieco, e chiedergli di lavarsi alla piscina di Siloe, parola che significa “inviato”? C’è la rivelazione di un Dio che è venuto a impastare la sua divinità con la nostra carne, e che ormai ci tratta alla pari, servendosi dei nostri sensi, della nostra terra, del nostro fango, della nostra acqua….Noi siamo fatti di tutte queste cose, ed egli è venuto ad assumerle per sollevarle a un’altezza nuova, l’altezza sacramentale che  sperimentiamo nella nostra liturgia: l’acqua del battesimo, il pane dell’eucaristia, l’olio della confermazione… La terra, da che Gesù l’ha fatta sua, è diventata capace di trasmettere salvezza, misericordia, luce. Da terra maledetta per il peccato, è diventata terra benedetta dal passo di Cristo. Ma a condizione che impariamo a metterci sui passi di Cristo.

Ed è questo che è invitato a fare il cieco del Vangelo. Notate: il racconto è molto sobrio nel dire il miracolo: “andò, si lavò, e tornò che ci vedeva”. Il grande segno fisico è compiuto. Ma il bello comincia ora, con un autentico dramma che si scatena intorno a lui, e che in realtà si compie anche dentro di lui. Egli non sa ancora chi è Gesù. Ne ha sentito il tocco benefico, ma ora deve interiorizzarlo. La salvezza fisica che ha ricevuto è solo l’inizio della salvezza. Vale anche per noi: possiamo godere di tutti i migliori risultati della medicina, e campare, come oggi è possibile, anche oltre i cent’anni. Ma tutto dice che non siamo fatti solo per la vita terrena. La salvezza integrale va molto più in là. In definitiva si realizza, quando incontriamo il Salvatore: lui, Gesù, l’inviato del Padre, il nostro Dio che si è fatto nostro fratello. Ma l’ex cieco tutto questo ancora non lo sa.

Il dramma, nel racconto evangelico, si sviluppa in un intreccio di interventi, dialoghi, posizioni contrastanti. Gesù, proprio come in un’opera teatrale, esce di scena. Rimane in scena la “questione Gesù”: “chi è quest’uomo che è stato capace di guarire un cieco nato? L’ex cieco deve dare una risposta agli altri, ma anche a se stesso. E a rendere più intrigante la questione è un dettaglio che a noi oggi dice poco, ma che nella cultura dei contemporanei di Gesù era importante: la questione del “sabato”, il giorno consacrato a Dio. Ancora oggi gli ebrei credenti lo osservano con grande cura. Un precetto della legge che non si può non osservare, sicché, chi contravviene ad esso, non è un buon credente. Ebbene, quel giorno del miracolo, era un sabato. Tante volte nel Vangelo succede così. Altrove Gesù è costretto a spiegare che in realtà fare del bene, aiutare dei sofferenti, non è una negazione del sabato, ma l’affermazione del suo senso pieno, perché Dio non vuole la sofferenza dei suoi figli, e dunque anche il suo giorno, quello a lui consacrato, è fatto per i suoi figli, e non contro di loro. Ma è difficile, come tante volte è difficile a noi, andare fino in fondo al pensiero di Dio, e talvolta le stesse regole religiose possono diventare un inciampo, se non sono illuminate dall’esperienza della bontà e della misericordia che si rivela in Gesù. Esse restano importanti, e da osservare, ma guai a non coglierne il senso profondo, che è sempre un respiro di amore.

Ed ecco le varie posizioni che si scontrano. Potremmo a lungo soffermarci sui personaggi che vengono in scena. In ognuno di loro può esserci qualcosa di noi, qualcosa che ci chiama a rivedere la nostra vita.

I primi a scendere in campo sono i curiosi: dicci un po’, come è successo? L’ex cieco spiega, e comincia a ripetere senza sosta il suo racconto. Deve persino ribadire la sua identità a chi faceva fatica a riconoscerlo. Sono persone che girano intorno alla “questione Gesù” senza coinvolgersi più di tanto. Da curiosi, appunto. Un fatto come quello accaduto avrebbe dovuto interrogarli. Ma essi si limitano a qualche domanda. Tutto finisce lì. Un po’ quello che ci succede nella nostra civiltà dell’immagine: un momento prima ci commuoviamo a vedere i bimbi morire sotto le bombe, e un momento dopo siamo al programma di intrattenimento. Le lacrime sono durate poco. Può succedere nel nostro rapporto con Gesù: queste cose che stiamo meditando, quanto ci toccheranno? Saranno capaci di darci uno shock che ci faccia cambiare vita? O saremo come al solito quelli che, dopo aver ascoltato un Vangelo anche ben proclamato e magari anche una buona omelia, fanno presto ad uscire di Chiesa perché tutto ritorni esattamente come prima, e Gesù resti il grande estraneo, una sorta di amuleto da tenere ben custodito in un cantuccio, per recuperarlo alla prossima festa, magari quando un problema ci fa immaginare che, tutto sommato, possa esserci utile?

Un’altra entrata in scena è quella dei genitori, chiamati a deporre, come in un tribunale, da chi si è eretto a giudice e ha messo il loro figlio quasi in stato di accusa, per essere stato guarito in giorno di sabato. Rischiano molto. Il potere vuole gente conforme. Lo stiamo vedendo in questi giorni con i giornalisti e la gente comune che a Mosca vorrebbe testimoniare un briciolo di verità. Genitori messi alle corde: se confessano un interesse per il guaritore del loro figlio, saranno espulsi dalla sinagoga: una esclusione che metterebbe a dura prova la loro vita. Forse anch’essi, come il loro figlio, sentono almeno simpatia per Gesù: il minimo che ci si aspetta da genitori che si ritrovano per la prima volta guardati dal loro figlio. Forse, nel fondo, pensano anch’essi quello che tra poco il loro figlio dirà agli impietosi inquisitori: ma come può essere un peccatore uno che ti fa un miracolo del genere? Può farlo senza intervento di Dio? Ma non osano esprimersi. La paura li blocca. Si limitano a dichiarare l’identità del loro figlio: per il resto sia lui a difendersi. Ecco il nostro cristianesimo pavido, ogni giorno più provato da una cultura che ha ormai preso le distanze dal Vangelo e ci pone continuamente la sfida della testimonianza, forse fino al martirio, come oggi succede a tanti nostri fratelli di fede in diverse parti del mondo. Proviamo a chiederci: quanto siamo simili a questi genitori intimiditi? Il futuro della fede diventa sempre più esigente. Siamo disposti, per Gesù, a mettere in gioco la nostra vita?

Ed eccoci infine alle prese con i personaggi più inquietanti: il gruppo di farisei, gli esperti della legge e i praticanti pieni di zelo, per i quali è tutto già chiaro: Gesù non può che essere un peccatore, perché ha violato il sabato. Non ci dilunghiamo su questo intreccio di domande e risposte, che arrivano alla fine persino all’insulto per il povero ex cieco. Su di loro si abbatte il giudizio di Gesù, espresso in una forma che sa di ironia: essi che non si arrendono, nel loro pregiudizio, nemmeno di fronte all’evidenza di un cieco che ha recuperato la vista, sono in realtà falsi “vedenti”, sono ciechi dentro, prigionieri della loro presunzione. Gesù è costretto a concludere: sono venuto perché i ciechi abbiano la vista, e quelli che presumono di vedere risultino i veri ciechi. Parole che ci fanno pensare. Ci spingono a dire, nell’adorazione che stiamo per fare: Signore, salvaci dalla cecità del cuore. Salvaci dalla presunzione di essere quelli buoni e senza peccato, che sparano giudizi taglienti sui peccatori, nemmeno accorgendosi di esserlo anch’essi e forse di più.

Ritorniamo, in conclusione, a Gesù e al cieco. È la lieta fine del dramma, dove il sipario non si chiude, bensì apre un nuovo scenario, che speriamo sia anche il nostro. Dentro la fatica di testimoniare l’opera di Dio, l’ex cieco è stato un bersaglio, ma se l’è cavata bene. È cresciuto. È arrivato a riconoscerlo profeta, cioè uomo di Dio. Gli manca l’ultima cosa, perché la sua vista diventi piena, e la sua salvezza diventi profonda ed eterna. Gesù – medico del corpo e dell’anima – gli viene di nuovo incontro. Questa volta non più con saliva, fango e acqua, ma con una domanda, quella decisiva: “Credi nel Figlio dell’uomo?” Questa espressione misteriosa affonda le radici nell’Antico Testamento. In ultima analisi, esprime il mistero di Gesù, il mistero del figlio di Dio nella nostra carne mortale. La nostra salvezza è tutta nella risposta a questa domanda. L’ex cieco, davanti al suo guaritore, non ha altra possibilità che chiedere: e chi è? Alla risposta di Gesù: “Lo hai visto, è colui che parla con te”, la sua reazione è immediata, direi entusiasta: “Credo, Signore. E si prostrò davanti a lui”.

Quello che vogliamo fare anche noi, cari fratelli e sorelle. Dopo aver ascoltato Gesù, ora lo contempliamo nel segno eucaristico. Di questo ex cieco il Vangelo non ci dice più nulla. Egli è ormai entrato nella vita e nella luce. La sua gioia è piena. Sia anche questo l’esito della nostra meditazione e del nostro cammino verso la Pasqua. Amen.