Pasqua di Risurrezione

12-04-2020

Domenica di Pasqua, 12 aprile 2020

Una forte scossa di terremoto ha suonato la sveglia al Sole di Pasqua (cf. Mt 28,2), che è sorto dal sepolcro di Gesù, “come lo sposo dalla stanza nuziale”. Il canto della Sequenza, che riempie di gioia questo giorno fatto dal Signore, ci ha ricordato che “il Risorto è il Crocifisso”. Del “contagio della speranza” c’è grande necessità in questa Pasqua, a causa della pandemia che mette a dura prova l’intera famiglia umana. Delle note dell’Alleluia ha bisogno chi gronda lacrime, senza cessare, perché al dolore della perdita di una persona cara aggiunge lo strazio di non aver potuto condividere l’ora dell’estrema solitudine della morte. Della luce pasquale ha estrema urgenza il personale medico e paramedico che sta testimoniando, con l’alfabeto dei gesti, cosa significhi “servire e dare la propria vita” (cf. Mc 10,45). “Pace a voi!” (cf. Gv 20,19): di questa benedizione, impartita dal Risorto ai discepoli chiusi nel Cenacolo, ha sete il nostro cuore. “La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi. Perciò – raccomanda Papa Francesco – non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza”.
“Noi speravamo” (cf. Lc 24,21): questo lamento, che tradisce la rassegnazione dei discepoli di Emmaus, non ha diritto di cittadinanza nel cuore del cristiano che, persino davanti alle fauci della morte, ha il dovere di intonare l’Alleluia. Il verbo “sperare” può essere coniugato solo al presente: tanto l’imperfetto quanto il futuro non sono contemplati dalla fede pasquale, che riconosce le tenebre della morte ma non ha paura di attraversarle con il Risorto. Purtroppo, nelle circostanze attuali, la coniugazione del verbo “sperare” all’imperfetto ha una sua singolare “declinazione”.
– Noi speravamo che la scienza e la tecnica non dovessero più arrossire di fronte ad un nuovo ceppo virale, ma abbiamo scordato che “ogni uomo è come un fiore del campo” (cf. Is 40,6).
– Noi speravamo che il flagello della peste fosse un ricordo del passato o confinato nel terzo mondo, ma il coronavirus è salito a bordo di una nave da crociera e non di un barcone.
– Noi speravamo che l’emergenza sanitaria in atto contribuisse ad accrescere la fraternità, ma la fantasia della solidarietà non è la lingua-madre nemmeno dell’Unione europea.
– Noi speravamo che la crisi economica avesse terminato la sua “maratona”, ma invece la ricerca del pane, della casa e del lavoro è una “corsa a ostacoli” che non accenna ad arrestarsi.
– Noi speravamo che fosse ormai condivisa la responsabilità di prendersi cura della “casa comune”,
ma se non si convertono gli stili di vita non si correggono i modelli di consumo.
– Noi speravamo che solo nel tempio si potesse dare splendore alle feste, ma la mensa della Parola, imbandita in famiglia “in spirito e verità”, “apre la mente all’intelligenza delle Scritture”.
– Noi speravamo che la conversione pastorale avesse bisogno di occupare l’ambiente digitale, ma soltanto le frequenze del silenzio dell’adorazione tracciano nuove rotte al Vangelo.
“Noi speravamo”: Gesù tira fuori i discepoli di Emmaus dal “sepolcro” della loro tristezza, cammin facendo, non con l’evidenza schiacciante della sua Risurrezione, ma con una chiacchierata pacata e forte. L’incontro del Risorto con loro è una vera e propria “liturgia della strada”; essi, feriti dallo scandalo della Croce, ritornano a casa percorrendo la via della sconfitta: portano nel cuore una speranza infranta e la delusione di un sogno che non si è realizzato. Gesù li affianca, si sente dare persino del “forestiero” da uno dei due, di nome Clèopa (cf. Lc 24,18), ma non rinuncia “a spiegare loro in tutte le Scritture, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, ciò che si riferiva a Lui” (Lc 24,27). Quando sono ormai vicini al villaggio di nome Emmaus, Egli lascia intendere di dover andare più lontano; l’unica vera ragione che lo spinge a trattenersi è il desiderio, da essi ardentemente manifestato, di non lasciarli soli.
“Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto” (Lc 24,29). Nell’istante in cui essi esprimono questo auspicio i loro cuori hanno ancora il battito lento della brachicardia della rassegnazione. È il gesto della “frazione del pane” a provocare un vero e proprio arresto cardiaco, quello dello “stupore eucaristico”, a cui segue la tachicardia della corsa verso Gerusalemme. Essi reimpostano la rotta e, senza indugio, arrivano al Cenacolo, ma non osano prendere subito la parola, non tanto perché non hanno più fiato, quanto perché inseriscono le loro voci nel canto dell’Exsultet, intonato dagli Undici, inondati dalla “cascata di luce” della Pasqua del Signore.

+ Gualtiero Sigismondi