24 Ore per il Signore

04-03-2016
24 ore per il Signore, 4 marzo 2016

    Fratelli carissimi, in questo tempo santo, “proteso alla gioia pasquale”, la liturgia pone sulle nostre labbra il Miserere: un Salmo che attraversa tutta la storia della spiritualità. È il Salmo che dà voce alla contrizione di Davide; è il Salmo che costituisce lo schema interiore delle Confessioni di sant’Agostino; è il Salmo che accompagna le lacrime, le sofferenze di chi cerca conforto e chiarezza nei momenti oscuri e pesanti della vita.
    “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore, nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità”. Nelle invocazioni del Miserere il punto di partenza del cammino di conversione è l’iniziativa divina della misericordia: Dio è sempre il primo a dare la mano, il piatto della bilancia pende sempre dalla parte della sua bontà. In ebraico il termine rahammìn è un vocabolo che designa le viscere materne; questa scelta lessicale autorizza a tradurre così: “Secondo la tua grande passione per l’uomo, abbi misericordia, o Dio”. I vocaboli che la versione italiana usa per indicare ciò che l’uomo ha fatto di male non rendono adeguatamente il senso originale. Il testo ebraico, infatti, ha tre parole diverse che andrebbero lette così: “Cancella la mia ribellione, lavami da ogni mia disarmonia, mondami, tirami fuori da ogni mio smarrimento”. Il peccato è uno errore fondamentale dell’uomo, una distorsione, una disarmonia, una ribellione, un progetto alternativo e contrastante con la volontà di Dio. E tuttavia il Miserere insiste non sull’uomo peccatore, ma sulla misericordia di Dio.
    Papa Giovanni XXIII, nel Giornale dell’anima, suggerisce questa interpretazione dei tre verbi che si incontrano nell’atrio del Miserere: delere, lavare, mundare. “Una progressione: smacchiare innanzitutto l’iniquità; poi lavarla bene, cioè rimuovere qualunque anche minimo attacco; infine mondare, cioè concepire un odio implacabile all’iniquità, compiendo atti ad essa contrari, di umiltà, di mansuetudine, di mortificazione ecc., secondo la diversità dei peccati. Tre operazioni successive. A Dio, esclusivamente, appartiene la prima: delere. A Dio, in cooperazione con l’anima, la seconda e la terza: lavare, mundare. Facciamo il nostro dovere, noi, poveri peccatori: pentirci e con l’aiuto del Signore lavarci e mondarci. Siamo sicuri che il Signore farà la prima. Questa è pronta ed immediata. E così bisogna crederla, senza dubbi o esitazioni. Credo remissionem peccatorum. Le due operazioni successive, che dipendono dalla nostra cooperazione, domandano tempo, progressione, sforzo. Perciò diciamo: “Amplius lava me et munda me” (Il Giornale dell’anima, n° 753). 
    “Contro di te, contro te solo ho peccato”. A prima vista questa espressione sembra essere un po’ strana, soprattutto se la si riferisce a colui che, storicamente, è ritenuto l’emblema della vicenda raccontata nel Miserere, cioè a Davide. L’espressione è molto simile alla parola centrale della parabola del Padre misericordioso: “Padre, ho peccato verso il cielo e davanti a te” (Lc 15,18). Tale espressione lascia intendere che il peccato lede il rapporto con Dio, il dialogo con Lui, l’immagine di Dio che l’uomo porta in sé. Riconoscere di aver peccato è un atto di profonda verità e di estrema chiarezza che non ha nulla a che fare con il senso deprimente e avvilente di colpa. Questa capacità di giudizio su di sé non è ancora il dolore dei peccati: ne è la premessa.
    “Sei giusto nella tua sentenza, sei retto nel tuo giudizio”. Dio non è giudice: è parte lesa. Dio redarguisce Davide perché vuole la sua vita e non la sua morte. È a questo punto che scatta il pentimento, il dolore dell’uomo. C’è un brano nel Vangelo di Luca che ci aiuta a cogliere più profondamente l’esperienza del dolore: è l’episodio di Pietro che per tre volte ha negato di conoscere Gesù (cf. Lc 22,60-62). Pietro scoppia in pianto solo quando Gesù lo incontra e lo guarda: è la sovrabbondanza incredibile di fiducia e di attenzione a chi l’ha demeritata che fa scattare il contrasto. Questo incontro sblocca la rigidità e la scioglie in un vero pentimento.  
    Fratelli carissimi, la Liturgia delle Ore in questo tempo santo, “segno sacramentale della nostra conversione”, pone sulle nostre labbra questa invocazione: “Irriga, o Padre buono, i deserti dell’anima coi fiumi d’acqua viva che sgorgano dal Cristo”. È di grande consolazione la certezza che Dio, nella sua misericordia, cerca l’uomo peccatore non per giudicarlo o per condannarlo, ma per salvarlo. Rendiamo grazie a Dio che, mediante il ministero della Chiesa, ci fa il dono di posare su di noi le sue mani misericordiose e preghiamo perché, mediante l’azione del suo Spirito, “ci aiuti a ricuperare pienamente il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”. 

+ Gualtiero Sigismondi