Relazione al Consiglio Pastorale Diocesano

Foligno, 20 giugno 2014

CONSIGLIO PASTORALE

‘La vostra fede, messa alla prova, produce pazienza’ (Gc 1,3). La perfetta letizia a cui Giacomo invita la comunità a cui scrive è quella provocata da ‘ogni sorta di prove’. La pazienza è, per così dire, il lungo respiro dell’amore passato al setaccio del dolore. Se Paolo assicura che il frutto maturo della pazienza è la speranza (cf Rm 5,3-4), Giacomo invita a imitare la pazienza dell’agricoltore che ‘aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge’ (Gc 5,7).

La pazienza, oltre ad essere una virtù cardinale che disciplina la vita interiore, è un criterio di discernimento che regola la vita pastorale. Yves Congar osserva che l’innovatore la cui riforma diventa scismatica manca di pazienza; egli non rispetta il silenzio di Dio e gli indugi della Chiesa, come pure le dilazioni della vita. ‘Solamente ciò che è stato fatto con la collaborazione del tempo ‘ precisa Yves Congar ‘ può vincere il tempo. L’innovatore impaziente, volendo accelerare lo sviluppo della riforma della Chiesa, ne ritarda il movimento’. Solo chi sa attendere è in grado di coniugare insieme intraprendenza e stabilità; al contrario, il riformatore scismatico non è capace di aspettare che un’idea maturi nella solitudine di un servizio fedele. ‘Ciò che deriva da Dio ‘ avverte Romano Guardini ‘ ha di solito la forma di ciò che incomincia (‘). Così procedono le cose di Dio’ Silenziosamente, senza violenza’.

La storia, maestra di vita, condanna i riformatori impazienti, ma non tollera nemmeno quanti, incapaci di unire al senso dell’attesa l’intelligenza dei segni dei tempi, non riescono a dissociarsi da un modo difensivo e negativo di pensare la Chiesa come istituzione e a passare da una pastorale di semplice conservazione ‘ di fatto generica, dispersiva, frammentata e poco influente ‘ a una pastorale decisamente missionaria. ‘I piani pastorali servono ‘ avverte Papa Francesco ‘, ma la nostra fiducia è riposta altrove: nello Spirito del Signore che, nella misura della nostra docilità, ci spalanca continuamente gli orizzonti della missione’. È ormai tempo di non attardarsi ulteriormente su una pastorale di conservazione per assumere, invece, una pastorale che faccia perno sull’essenziale, disposta a suonare il campanello delle case, cioè ‘ad attraversare la piazza e a non rimanere a sedere ai piedi del campanile’.

La casa tempo della trasmissione della fede: questo non è uno slogan, ma un orientamento pastorale che invita a prendere coscienza del fatto che l’educazione alla fede ha il suo ambiente vitale non in chiesa ma in casa. Muovendo dalla convinzione che un’idea è matura quando diventa concreta, occorre aprire percorsi di ‘conversione missionaria della pastorale’ che, senza timidezza o temerarietà, indichino nella ‘chiesa domestica’ la via privilegiata del rinnovamento pastorale. C’è, infatti, una sinergia da riscoprire tra la famiglia e la comunità parrocchiale nell’accompagnare gli adolescenti e i ragazzi nel cammino di educazione cristiana: la parrocchia sostiene la famiglia e questa dà il suo apporto fondamentale alla crescita della comunità, che altro non è se non una ‘famiglia di famiglie’.

Quanto questo sia vero me lo ha ricordato di recente un tassista romano il quale, dopo aver avviato il dialogo con una spericolata provocazione verbale, inizia a parlarmi senza indugio della gioia della fede vissuta in famiglia. Mentre ascolto con attenzione le sue confidenze, in cui accenna alla prova della malattia di uno dei suoi figli, mi sembra di sentire l’eco delle parole che sigillano il racconto evangelico che narra di quel funzionario del re che aveva un figlio malato a Cafarnao: ‘Credette lui con tutta la sua famiglia’ (Gv 4,53). Terminato il racconto il tassista si volta e mi dice: ‘Lei, essendo vescovo, è coperto dal sacramento dell’Ordine, ma anch’io sono coperto da un sacramento, quello del Matrimonio’.

+ Gualtiero Sigismondi, Vescovo di Foligno

20-06-2014