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Catechesi del Vescovo per l‘Avvento 2017


Meditazione dettata agli operatori pastorali, riuniti all’inizio dell’Avvento 2017

“Se tu, Signore, squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). L’Avvento si apre con questa implorazione che amplifica la voce di Giovanni, “l’ultimo dei profeti”, il quale porta a compimento l’attesa della “pienezza del tempo”. Come il Battista ha sollecitato il popolo d’Israele a “preparare la via del Signore” (cf. Mt 3,3), così la Chiesa esorta i fedeli a vivere in modo irreprensibile “l’attesa che si compia la beata speranza”, ravvivando il ricordo della venuta del Signore “nell’umiltà della nostra natura umana” e “affrettando nella speranza il suo ritorno nello splendore della gloria”. Sia nella parabola delle dieci vergini che anelano all’arrivo dello sposo (cf. Mt 25,1-13), sia in quella dei servi a cui il padrone affida i suoi talenti (cf. Mt 25,14-30), Gesù invita a vegliare senza lasciarsi vincere dalla paura sorretta dalla pigrizia.
“Vegliare” (agrypnein) non è sinonimo di “sorvegliare” (skopein) e nemmeno di “vigilare” (gregorein). “Sorvegliare” allude alla cura della dottrina e dei costumi, compito proprio dei pastori, mentre “vigilare” indica il fare attenzione alla propria condotta (cf. 1Cor 16,13; Ef 5,15; 1Tm 4,16), per non dare occasione al diavolo (cf. 1Pt 5,8-9). “Vegliare” invece fa riferimento al mantenere “senza vacillare la professione della speranza” (Eb 10,23), non sapendo il momento in cui il Signore verrà (cf. Mt 24,42-51, Mc 13,33-37). Per “sorvegliare” e “vigilare” occorre essere “saldi nella fede e operosi nella carità”; per “vegliare” è necessario essere “gioiosi nella speranza”.
La carestia di speranza è la più grande povertà che può colpire l’uomo, chiamato in ogni stagione della vita a rimanere in attesa delle sorprese dell’amore di Dio, il quale “ha reso la sua promessa più grande del suo nome” (cf. Sal 138,2). Memoria e attesa sono legate fra di loro: l’una dà senso e rafforza l’altra e, insieme, favoriscono l’abbandono alla fedeltà di Dio, il quale “ci ha nascosto il giorno e l’ora in cui il Cristo suo Figlio, Signore e Giudice della storia, apparirà sulle nubi del cielo rivestito di potenza e splendore”. È necessario precedere l’aurora di questo giorno, “tremendo e glorioso”, “con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese” (Lc 12,35).
“La lampada è il simbolo della fede che illumina la vita – osserva Papa Francesco –, mentre l’olio è il simbolo della carità che alimenta, rende feconda e credibile la luce della fede”. “La fede ispira la carità e la carità custodisce la fede”. La fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è seguita e coronata da essa. Come la fede senza la carità non riscalda, “in se stessa è morta” (Gc 2,17), così la carità senza la fede non divampa. Senza la fede la carità non ha luce, ma senza la carità la fede non ha voce. La fede si misura sulla “bilancia” della carità che ha come “ago” la speranza. Charles Péguy ha lasciato pagine stupende sulla speranza nel libro dal titolo Il portico del mistero della seconda virtù, in cui afferma che “Dio non si stupisce tanto per la fede degli esseri umani e nemmeno per la loro carità; ciò che lo riempie di meraviglia e commozione è la speranza”.
Sperare non significa aspettare ma attendere, cioè tendere a; tra attendere e aspettare c’è la stessa differenza che passa fra il complemento di moto a luogo e quello di stato in luogo. Se la costanza è la dote di chi sa aspettare, la speranza è la virtù di chi sa attendere. Sono i contadini a sapere cosa voglia dire “aspettare con costanza il prezioso frutto della terra” (cf. Gc 5,7): sono loro a sperimentare che il sudore è il salario dell’amore. Sono invece le madri a conoscere a fondo l’attesa, apprendendola nei nove mesi in cui il loro ventre “lievita” di vita nuova: sono loro a testimoniare che il dolore è il prezzo dell’amore.
Il tempo d’Avvento mette in primo piano lo squarciarsi del cielo più che l’apertura della terra: non il movimento dell’uomo, ma il pellegrinaggio di Dio che “ha visitato e redento il suo popolo” (cf. Lc 1,68). Se per Dio attendere è l’infinito del verbo visitare, per l’uomo attendere è l’infinito del verbo preparare. Mentre la più grande aspirazione di Dio è la conversione dell’uomo, la più nobile ambizione dell’uomo è la visione di Dio. La lunga storia delle vicende umane si concluderà con il giudizio universale, di cui nessuno conosce il momento preciso: “né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre” (Mt 24,36). Il “protocollo della carità” (cf. Mt 25,31-46) “metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode” (1Cor 4,5). Gesù raccomanda di non adagiarsi, di non addormentarsi: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli” (Lc 12,37).
L’attesa se assopita dalla nostalgia del passato appesantisce gli occhi, se soffocata dall’ansia del futuro toglie il respiro, se assorbita dalla concentrazione sull’attimo fuggente arresta il cuore. “Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso – avvertiva Benedetto XVI –, l’attesa rischia di diventare insopportabile (…), si trasforma in un peso troppo grave”. L’attesa del dipanarsi del disegno di Dio va vissuta senza nostalgia, senza ansia e senza fretta. “Nessuna notte – assicura Papa Francesco – è così lunga da far dimenticare la gioia dell’aurora: quanto più oscura è la notte, tanto più vicina è l’aurora. Perciò occorre guardare sempre avanti, a un futuro che non è solo opera delle nostre mani, ma che anzitutto è una preoccupazione costante della provvidenza di Dio”. Ogni giorno della vita, “dono sempre nuovo dell’amore di Dio”, è una pagina bianca su cui scrivere, a caratteri d’oro, l’invocazione aramaica dei primi discepoli: Marana tha (cf. 1Cor 16,22). A questo grido di fede risponde la rassicurante promessa che sigilla il libro dell’Apocalisse: “Sì, vengo presto!” (Ap 22,20). Modello e sostegno del gaudio dell’attesa è la Vergine Maria, che ha generato Cristo Salvatore. Ci ottenga Lei, fedele discepola del Verbo fatto carne, la grazia di vivere con serena fiducia “le vicende di questo mondo, sempre orientati verso i beni eterni”. Nel suo Fiat Maria non sa per quali strade dovrà avventurarsi, quale sofferenza dovrà patire, quale consegna dovrà affrontare. Ella però è consapevole che l’incedere del suo Fiat verso l’ora dello Stabat Mater segna il compimento della “pienezza del tempo”.

+ Gualtiero Sigismondi

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