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Ordinazione presbiterale di don Simone Marchi


Domenica del Buon Pastore – S. Maria infraportas, 7 maggio 2017
 

La liturgia, nella IV Domenica di Pasqua, ci invita a contemplare uno degli autoritratti più suggestivi di Gesù: “Io sono il buon Pastore. Il buon Pastore dà la vita per le pecore” (Gv 10,11). Queste parole si compiono quando il Signore Gesù, obbedendo alla volontà del Padre, si consegna liberamente alla morte come Agnello immolato (cf. Ap 5,6). Egli, infatti, manifesta la sua dignità di “Pastore supremo” assumendo il profilo annunciato da Giovanni Battista: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). Gesù non ricusa la fatica di “portare i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce” (1Pt 2,24); non si sottrae al compito di “ricondurre all’ovile la pecora smarrita” (cf. Lc 15,4-7); non rinuncia a “portare gli agnellini sul petto” (cf. Is 40,11). Il giogo che grava su di Lui fa il callo non sulle spalle ma sul suo Cuore, “mite e umile” (cf. Mt 11,29).
Don Simone carissimo, nell’anniversario del tuo battesimo, amministrato al fonte di questa chiesa, stai per ricevere il “peso di grazia” del ministero sacerdotale. Il Signore Gesù, “eterno Sacerdote, Servo obbediente, Pastore dei pastori”, ti chiama a continuare l’opera delle sue mani “sante e venerabili”: mani forti contro i lupi; mani tenere impigliate nella vita degli uomini; mani che proteggono il lucignolo fumigante; mani sugli occhi del cieco; mani che sollevano la donna adultera; mani sui piedi dei discepoli; mani inchiodate e poi ancora offerte in visione agli apostoli. Dopo la preghiera di ordinazione uno dei riti esplicativi più disarmanti è quello dell’unzione delle mani con il Crisma; si tratta di un gesto con il quale la liturgia sottolinea che il palmo delle mani di un prete è uno spazio riservato a Dio per sempre. È per questa ragione che quando si amministra il Sacramento dell’Unzione degli infermi ad un presbitero non gli si unge il cavo delle mani, ma il dorso.
Carissimo don Simone, “abbi sempre davanti agli occhi l’esempio del buon Pastore, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e per cercare e salvare ciò che era perduto”. Chiunque ti avvicinerà ha il diritto di sentire, nei tuoi gesti e nelle tue parole, il battito del cuore di Cristo:
- abbi la dolcezza di rendere grazie al Signore, continuamente, per il dono ricevuto, poiché la gratitudine è la “colonna sonora” della carità pastorale;
- abbi la fortezza di portare sul petto chi grava sulle spalle, tenendo bene a mente che non può avere la stoffa del pastore chi non ha la lana dell’agnello;
- abbi la tenerezza di parlare al cuore dei fedeli, di chiamarli per nome, avendo cura di accostarti ad essi, di sollevarli e, se necessario, di prenderli per mano;
- abbi la fermezza di tenere il passo di chi cammina verso la verità, osservando la “legge della gradualità”, poiché ogni anima ha la sua “pienezza del tempo”;
- abbi la delicatezza di essere medico delle anime prima ancora che maestro, prediligendo chi ha bisogno di essere amato di più, perché più povero e solo;
- abbi la mitezza di andare alla ricerca della “pecora smarrita”, senza temere di lasciare le novantanove nel deserto e senza esitare, una volta ritrovata, a caricarla sulle spalle;
- abbi la saggezza di gioire per chi è tornato all’ovile e di commuoverti, di sentire compassione per la moltitudine di quanti si trovano all’esterno di esso.
“Non di rado, anche con le migliori intenzioni, può succedere – scrive Papa Francesco nel suo messaggio per la 54ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni – di indulgere a una certa smania di potere, al proselitismo o al fanatismo intollerante (…). Il seme del Regno, benché piccolo, invisibile e talvolta insignificante, cresce silenziosamente grazie all’opera incessante di Dio (cf. m>Mc 4,26-27). Questa è la nostra prima fiducia: Dio supera le nostre aspettative e ci sorprende con la sua generosità, facendo germogliare i frutti del nostro lavoro oltre i calcoli dell’efficienza umana”.
Don Simone carissimo, l’unzione dello Spirito che stai per ricevere, non risolve ma manifesta, rendendola insopprimibile, la tensione polare tra coraggio e fragilità, tra entusiasmo e debolezza. Anche a te accadrà di sperimentare quanto è avvenuto nel giorno di Pentecoste a coloro che ascoltavano la testimonianza di Pietro e degli Undici: “Si sentirono trafiggere il cuore” (cf. At 2,37). Quando uno avverte queste fitte è segno che non ha perso lo stupore del giorno dell’ordinazione, il fervore degli impegni presi, il candore di custodire un tesoro inestimabile in un vaso di creta. La Vergine Maria ti ottenga, con il suo candore verginale, il fervore del suo stupore!

+ Gualtiero Sigismondi

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