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Giovedì della XX settimana del Tempo Ordinario


Giovedì della XX settimana del tempo ordinario – Eremo di Collepino, 23 agosto 2018
 

            Fratelli carissimi, l’immagine del banchetto, richiamata dal brano evangelico appena proclamato, è usata spesso nella Sacra Scrittura per indicare la gioia nella comunione e nell’abbondanza dei doni del Signore (cf. Is 25,6-12). Si tratta di un’immagine che lascia intuire qualcosa della volontà salvifica di Jahvè di mostrare la sua santità in mezzo a Israele e davanti a tutte le nazioni. “Il Regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”: così inizia la parabola che Gesù propone ai capi dei sacerdoti e ai farisei (cf. Mt 22,1-14), identificandoli con coloro che declinano l’invito del re a partecipare al banchetto di nozze di suo figlio: hanno altro da fare, altri interessi. Il re non si perde d’animo, manda i suoi servi ai crocicchi delle strade e fa chiamare chiunque. I servi radunano tutti, “cattivi e buoni”, e la sala si riempie: a ciascuno di loro è data la possibilità di prendere parte alla festa, a condizione di indossare l’abito nuziale. Entrando nella sala, il re scorge che uno ne è privo e, per questa ragione, viene gettato fuori, senza pietà.
Di cosa è segno l’abito nuziale? A questa domanda rispondono i Padri della Chiesa, spiegando che a quel commensale manca la veste nuziale della carità. Preziosa, al riguardo, è la testimonianza di San Gregorio Magno: “Ognuno di voi che nella Chiesa ha fede in Dio ha già preso parte al banchetto di nozze, ma non può dire di avere la veste nuziale se non custodisce la grazia della carità” (Homilia 38,9). Fratelli carissimi, tutti noi siamo invitati ad essere commensali del Signore, ad entrare con la luce della fede al suo banchetto eterno, indossando l’abito nuziale della carità, il cui tessuto ha come ordito l’amore di Dio e come trama l’amore del prossimo. La fede precede la carità, ma si rivela genuina solo se è coronata da essa; senza la fede la carità non ha luce, ma senza la carità la fede non ha voce. Anche nella parabola delle dieci vergini l’olio che viene a mancare a cinque di esse è simbolo della carità, che alimenta la lampada della fede (cf. Mt 25,1-13).
Grande è il desiderio di Dio di “ricamare” l’abito nuziale della carità, confezionato dalle mani dell’uomo, e di renderlo splendente, bianchissimo: “Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; vi darò un cuore nuovo, porrò il mio spirito dentro di voi” (cf. Ez 36,23-28). L’intenzione di Dio è di porre fine alla dispersione del suo popolo, di “eliminare la morte per sempre” (Is 25,8). Tutto questo suscita gratitudine profonda e speranza viva, ma al tempo stesso chiama in causa la nostra libertà, “segno altissimo dell’immagine divina”. Il Signore Dio vuole aver bisogno di essa per portare a compimento il suo disegno di salvezza. Mentre satana non può fare nulla senza il consenso della nostra libertà, il Signore non vuole fare niente senza il suo assenso. Dio è un vero Padre che afferma la libertà mentre accetta il rischio di venire rifiutato. “È proprio l’incondizionata grandezza dell’amore di Dio – osservava Benedetto XVI – a non escludere la libertà del rifiuto e, quindi, la possibilità della dannazione”.
“Molti sono i chiamati, ma pochi eletti” (Mt 22,14). Il passaggio dalla condizione di “chiamati” allo stato di “eletti” è regolato dalla nostra libertà che il Maligno, “origine e causa di ogni peccato”, cerca di occupare e di devastare. Sganciata dalla verità, la libertà diventa un “pretesto per la carne” (cf. Gal 5,13), un “velo per coprire la malizia” (cf. 1Pt 2,16). Al contrario, se illuminata dalla verità, si apre alla dimensione che la realizza in senso pieno: quella del dono di sé che si fa servizio e condivisione. Dio non è il concorrente della libertà umana, piuttosto ne è il vero garante. Egli non si impone agli uomini ma fa appello alla loro libertà “ferita dal peccato”; sembra quasi disarmato dinanzi ad essa! Di fronte alla libertà umana Dio alza le mani; così ha fatto non solo con Eva, ma anche con Maria, “Nuova Eva”: ha voluto aver bisogno del suo Fiat per dare inizio all’opera mirabile della redenzione. Se il peccato di Adamo segna il punto di maggiore attrito tra la libertà e la grazia, il Fiat della Vergine sigilla il loro incontro.
Fratelli carissimi, Dio è generoso verso di noi, ci offre la sua amicizia, i suoi doni, la sua Parola, e tuttavia noi diamo più importanza ad altre voci, mettiamo al primo posto le nostre preoccupazioni materiali, i nostri interessi, gli voltiamo le spalle. La Vergine Maria ci ottenga dal Figlio suo di essere purificati da tutti i nostri idoli, che invecchiano la mente e induriscono il cuore. La sua intercessione porti a compimento in noi la promessa fatta a Israele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo” (Ez 36,26).


+ Gualtiero Sigismondi

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