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I anniversario della morte di S.E. Mons. Giovanni Benedetti


1° Anniversario della morte di S. E. mons. Giovanni Benedetti, 3 agosto 2018
 
            Le due letture di questo giorno presentano un tema analogo: Geremia viene minacciato di morte perché, per ordine del Signore, profetizza la distruzione del tempio (cf. Ger 26,1-9); Gesù, benché predichi con sapienza, viene accolto con incredulità nella sua patria (cf. Mt 13,54-58). La sosta nella sinagoga di Nazaret è, di fatto, la prima stazione della Via Crucis! I concittadini di Gesù passano bruscamente dallo stupore allo scandalo; la ragione di tanta ostilità va ricercata nel fatto che “nessun profeta è bene accetto nella sua patria” (cf. Lc 4,24). È l’invidia che impedisce agli abitanti di Nazaret di riconoscere nel “figlio del carpentiere” l’Emmanuele. Invidia e gelosia formano una miscela esplosiva; se l’invidia acceca, la gelosia rende sordi: l’una e l’altra, se associate, arrestano il cuore.
            “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua” (Mt 13,57). Giungono provvidenziali queste parole di Gesù nel giorno in cui ricordiamo il primo anniversario della morte del Vescovo Giovanni, che ha avuto in sorte il dono di essere Sposo della Chiesa di Foligno, sua Madre nella fede. Ho cercato invano nei suoi commenti domenicali ai Vangeli qualche riga in cui mons. Benedetti confidi di essersi trovato nella stessa situazione vissuta da Gesù a Nazaret. E tuttavia è impossibile che al Vescovo Giovanni sia stato riservato un trattamento diverso! Ho cercato e trovato nel Chronicon qualche indiscrezione, sia pure finemente elegante.
            “Mi sto accorgendo – annota nel mese di febbraio del 1977 – che camminare insieme è veramente un’impresa difficile. Ci sono alcuni che non ne accettano lo spirito, la direzione di marcia. Hanno un’altra mentalità, un’altra ecclesiologia direi. Almeno quattro o cinque nostri preti sono di questo tipo. E non me ne meraviglio, anzi. In programma lo avevo messo, come incidente di percorso, inevitabile. Oltre questi quattro o cinque, ci sono coloro che appartengono a gruppi: neocatecumenali, cursillos, rinnovamento nello Spirito, focolarini, ecc. Questi camminano più degli altri, camminano quasi sempre sulla via giusta, ma camminano a gruppetti, per conto loro. Neppure guardano chi cammina dietro o accanto a loro; e neppure chi dovrebbe esser considerato sopra di loro. Ci sono infine quelli che aderiscono a qualche iniziativa saltuaria, qualche impegno volontario; dicono di sì, ma poi li rivedi solo quando fa loro comodo, quando lo vogliono e basta. Insomma: ci sono i resistenti e gli oppositori, ci sono i gruppettari e gli autonomi, ci sono i disimpegnati e gli avventizi. E così, camminare insieme si può solo con un piccolo gregge, ancora troppo piccolo per poter dire, anche simbolicamente, che la diocesi cammina insieme. Va a finire che chi cammina insieme, come vorrei io, si riduca ad apparire un gruppo come gli altri, forse anche più piccolo degli altri. Per cui l’insieme che ne risulta non mi sembra la diocesi che io sogno e, con la grazia del Signore, vorrei costruire. Ne verrebbe fuori un gruppo di più, oltre quelli che già ci sono, moltiplicando così i problemi anziché risolverli”.
            Queste confidenze – ed è solo un assaggio! – fanno sentire l’ampiezza dell’abbraccio paterno che il Vescovo Giovanni ha assicurato alla nostra diocesi: un abbraccio che il suo “transito” non ha interrotto, ma reso ancora più stretto e più saldo. A mons. Benedetti vorrei riservare le parole che Paolo VI dedica a Pio XII. “Credo che di tutte le dignità di un Papa, la più invidiabile sia la paternità. Mi è capitato di accompagnare Pio XII nelle cerimonie solenni. Si gettava nella folla come nella piscina di Betsaida. Gli si stringevano contro, gli strappavano la veste. E lui era radioso. Riprendeva forza. Ma tra l’essere testimone di una paternità e l’essere personalmente padre c’è come il mare. La paternità è un sentimento che invade lo spirito e il cuore, che ci accompagna a ogni ora del giorno, che non può diminuire, ma che si accresce, perché cresce il numero dei figli (…). È un sentimento che non affatica, che non stanca, che riposa da ogni stanchezza. Mai, neanche un momento mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io non mi stancherò mai di benedire o di perdonare”.
            Carissimo Vescovo Giovanni, assieme al tuo successore, Arduino, e ai tuoi predecessori, fino ad arrivare a San Feliciano, non stancarti di alzare la mano destra per benedire questa diocesi, soprattutto quando ti accorgi che anch’io, come Mosè, ho bisogno di qualcuno che mi sostenga il braccio per benedire e perdonare.
 

+Gualtiero Sigismondi

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