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Veglia di Pentecoste


Veglia di Pentecoste, 19 maggio 2018
 
La Sacra Scrittura racconta in modi diversi il venire dello Spirito santo, per dirci che Lui, il respiro di Dio, non sopporta schemi. Nei Vangeli lo Spirito viene come presenza che consola, leggero e quindi quieto come un soffio, come un sussurro. Negli Atti viene come energia, coraggio, rombo di tuono che spalanca le porte e apre la strada alla parola di Dio. Secondo Paolo, viene come dono diverso per ciascuno, bellezza e genialità di ogni cristiano. Un altro modo di venire dello Spirito è indicato nel versetto del salmo che, per così dire, è la chiave di volta della veglia di Pentecoste: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra” (cf. 104,30). “La terra è piena dello Spirito santo – osserva Ermes Ronchi –, non solo sfiorata dal vento di Dio, ma colmata: tracima, trabocca, non c’è niente e nessuno senza la pressione mite e possente dello Spirito di Dio, che porta pollini di primavera nel seno della storia e di tutte le cose. Lo Spirito è fiamma viva, vento che dilaga dalla camera alta. In quella stanza chiusa, in quella situazione asfittica, entra il respiro ampio e profondo di Dio, ossigeno del cielo”. Come “in principio” il Creatore soffiò il suo alito di vita su Adamo, così nella “pienezza della gioia pasquale”, Gesù dona ai suoi lo Spirito.
Fratelli carissimi, lo Spirito santo è il vento che ci spinge in avanti, ci fa sentire pellegrini e forestieri, non ci permette di adagiarci, di essere “sedentari”. Il giorno di Pentecoste apre strade nuove che partono da Gerusalemme e conducono “fino ai confini del mondo”, anzi, “fino ai confini di ogni cuore perplesso”. Lo Spirito non occupa spazi ma inaugura processi, costringe ad “uscire” con l’ardore del sogno, lo slancio del dono, l’audacia di non fermarsi. “Il cristiano – avverte Papa Francesco – non è un velocista che corre per arrivare prima degli altri: è un pellegrino, un maratoneta”. Occorre ammettere che siamo troppo ripiegati su preoccupazioni di ordinaria amministrazione, di sopravvivenza; c’è nell’aria una percentuale troppo alta di “accidia pastorale”.
Si tratta di una patologia cronica – diagnosticata da Giovanni, nel libro dell’Apocalisse, alle sette Chiese dell’Asia minore – che presenta diversi sintomi (cf. Ap 2,1-29). Se Giovanni scrivesse alla nostra Diocesi di Foligno chissà se ci direbbe che siamo simili alla Chiesa di Efeso, che ha abbandonato il suo primo amore, o alla Chiesa di Smirne, che si è lasciata vincere dal timore della prova? Chissà se ci direbbe che assomigliamo alla Chiesa di Pèrgamo, che ha faticato a iniziare un cammino di vera conversione, o alla Chiesa di Tiàtira, che ha rinunciato a compiere l’opera di misericordia spirituale della correzione fraterna? Chissà se ci direbbe che abbiamo le stesse caratteristiche della Chiesa di Sardi, che si è illusa di essere viva, o della Chiesa di Filadelfia che, pur avendo custodito la Parola, ha poca forza? Chissà se ci direbbe che imitiamo la Chiesa di Laodicèa, troppo tiepida, né fredda né calda? Chissà?
Fratelli carissimi, la Chiesa è una barca fragile ma stabile, perché ha come armatore Cristo Signore. È una barca sempre esposta al pericolo delle onde più alte e al fascino dei mari più lontani. È una barca battente bandiera mariana, poiché la Chiesa trova in Maria Vergine il suo punto d’origine e il suo traguardo di perfezione. “L’una ha dato ai popoli la salvezza – così canta la Liturgia mozarabica –, l’altra dona i popoli al Salvatore. L’una ha portato la vita nel suo seno, l’altra la porta nella fonte del sacramento”. Come Maria genera il Cristo terreno, così la Chiesa genera il Cristo eucaristico. Singolare, in proposito, è la testimonianza resa da S. Agostino: “Santa è Maria, beata è Maria, ma è migliore la Chiesa che la Vergine Maria. Perché? Perché Maria è una parte (portio) della Chiesa: un membro santo, un membro eccellente, un membro che tutti sorpassa in dignità, ma tuttavia è sempre un membro rispetto all’intero Corpo”.
“Non c’è Chiesa senza Pentecoste – affermava Benedetto XVI – ma non c’è Pentecoste senza la Vergine Maria”. Questa è la ragione che ha suggerito a Papa Francesco di iscrivere nel Calendario Romano la memoria obbligatoria della beata Vergine Maria Madre della Chiesa. La Madre di Dio, che ha animato la fede della prima comunità dei discepoli, ci ottenga dal Figlio suo il “crisma profetico” dello Spirito, la grazia di essere non “fedeli devoti”, che preferiscono “un Dio senza Cristo, un Cristo senza Chiesa, una Chiesa senza popolo”, bensì “discepoli-missionari” più appassionati e più affiatati, più fiduciosi e più lungimiranti, più agili e più audaci. Fratelli carissimi, non facciamoci illusioni: lo zelo missionario è questione di comunione!
 

+ Gualtiero Sigismondi

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