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Pasqua di Risurrezione


Domenica di Pasqua, 1° Aprile 2018
 
Gli avvenimenti di Gesù, narrati dai Vangeli, suscitano nel lettore l’impressione di essere stati girati da una cinepresa. L’immaginazione è stimolata a raffigurarsi plasticamente la nascita di Gesù a Betlemme come la sua morte sul Golgota a Gerusalemme. Nessuno, però, ha potuto registrare l’istante della Risurrezione, per eccesso di luce! Per usare una metafora cinematografica, si potrebbe dire che gli evangelisti, a partire dalla Pasqua di Gesù, hanno compiuto una sorta di montaggio della sua vita, mediante la scelta dei momenti più significativi: questi, messi in successione, hanno rivelato che “Egli è, allo stesso tempo, il Salvatore e la Salvezza”.
            Fratelli carissimi, “il primo giorno della settimana Maria di Magdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio” (Gv 20,1). Quello della Maddalena è un gesto inusuale, che la dipinge come una donna che supera le convenzioni. Nel giorno della Passione di Gesù non c’era stato tempo per completare i riti funebri; per questo, in quell’alba colma di tristezza, le donne andarono al sepolcro con gli unguenti profumati. La prima ad arrivare è lei, Maria di Magdala, una delle discepole che avevano accompagnato Gesù fin dalla Galilea. Nel suo tragitto verso il sepolcro si rispecchia la fedeltà di tante donne, devote per anni ai vialetti dei cimiteri, in ricordo di qualche persona cara che ha varcato la soglia della morte.
“Il Vangelo di Giovanni – osservava il card. Carlo Maria Martini – descrive la Maddalena mettendo subito in evidenza che non era una donna di facili entusiasmi. Infatti, dopo la prima visita al sepolcro, torna delusa nel luogo dove i discepoli si nascondevano; riferisce che la pietra è stata spostata dall’ingresso del sepolcro, e la sua prima ipotesi è la più semplice che si possa formulare: qualcuno deve aver trafugato il corpo di Gesù (cf. Gv 20,2)”. Così il primo annuncio che Maria porta non è quello della Risurrezione, ma di un furto che ignoti avrebbero perpetrato. A questo punto la scena si sposta su Pietro e sull’altro discepolo, “quello che Gesù amava”; essi corrono al sepolcro che trovano vuoto, ma in ordine: non c’è traccia di trafugamento, anzi, i teli sono lì, accuratamente piegati, e il sudario “avvolto in un luogo a parte” (cf. Gv 20,7).
Simon Pietro e Giovanni “se ne tornarono a casa” (cf. Gv 20,10), mentre la Maddalena si recò di nuovo al sepolcro, grondante di lacrime (cf. Gv 20,11). L’evangelista Giovanni sottolinea quanto sia persistente la cecità di Maria di Magdala: non si accorge della presenza di due angeli che la interrogano, e nemmeno s’insospettisce vedendo l’uomo alle sue spalle, che confonde con il custode del giardino. È a questo punto che Gesù le si fa incontro, la sorprende nella maniera più inaspettata, ponendole questa domanda: “Donna, perché piangi?” (Gv 20,12). Anche a lui Maria ripropone la sua versione dei fatti, ma Egli le rivolge una seconda domanda: “Chi cerchi?” (Gv 20,15). Il dialogo tra il Risorto e la Maddalena è fatto con gli occhi all’altezza del cuore! Il Signore la tocca nella maniera più delicata possibile, pronunciando il suo nome con un inconfondibile timbro di voce, come soltanto chi ama sa fare. Ella si volta verso di lui e grida: “Rabbunì!” (Gv 20,16).
Fratelli carissimi, Maria di Magdala scopre l’avvenimento più sconvolgente della storia umana quando viene chiamata per nome: “Maria!”. “Com’è commovente pensare – esclama Papa Francesco – che la prima apparizione del Risorto sia avvenuta in un modo così personale! Ogni uomo è una storia di amore che Dio scrive su questa terra. Ognuno di noi è una storia di amore di Dio (…). La rivoluzione, destinata a trasformare l’esistenza di ogni uomo e donna, comincia con un nome che riecheggia nel giardino del sepolcro vuoto”. La Maddalena vorrebbe abbracciare il suo Signore, ma lui la invita a recarsi senz’indugio dai discepoli, che Egli non esita a chiamare “fratelli” (cf. Gv 20,17), per aprire loro la “porta della fede” con la “chiave di violino” dell’Alleluia pasquale: “Ho visto il Signore!” (Gv 20,18). E così quella donna, “dalla quale erano usciti sette demoni” (Lc 8,2), diventa, in un certo senso, “apostola degli apostoli”, “isapostola”, cioè “uguale agli apostoli”.
Fratelli carissimi, la tomba vuota, quel sepolcro nuovo situato in un giardino, dove Giuseppe d’Arimatea aveva devotamente deposto il corpo di Gesù, è il luogo da cui parte l’annuncio della Risurrezione, cuore del messaggio cristiano, che ci fa vedere il peccato e la morte dal “versante” del “terzo giorno”. Da quel “versante” è possibile scorgere che nessun male è invincibile, nessun peccatore è irrecuperabile, nessuna notte è senza termine. La morte non può cantar vittoria!
 

+ Gualtiero Sigismondi

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