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Mercoledì delle Ceneri


Mercoledì delle ceneri, 14 febbraio 2018
 
“O Dio, tu hai pietà di chi si pente e doni la pace a chi si converte”. La liturgia ci invita a entrare nel deserto quaresimale ponendo questa invocazione sulle nostre labbra prima di ricevere l’austero simbolo delle ceneri, che richiama alla mente il grido di fede del Salmista: “Come è tenero un padre verso i figli, così il Signore è tenero verso quelli che lo temono, perché Egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere. Come l’erba sono i giorni dell’uomo. Come un fiore di campo, così egli fiorisce” (Sal 103,13-15). Quello della Quaresima è, dunque, il tempo in cui ricordare che siamo polvere, in cui prendere coscienza che il male abita in noi. Il pentimento comincia da questa assunzione di responsabilità: io ho fatto il male, non un altro, come recita il Salmo 50. Conoscere se stessi significa prendere coscienza di due cose a un tempo: da una parte, dell’infinito amore con cui siamo amati e dell’orizzonte altissimo a cui questo amore ci destina; dall’altra, della nostra attuale distanza da questo orizzonte e della nostra incapacità di raggiungerlo con le nostre sole forze. Per questo la Chiesa dedica al pentimento tanta attenzione: quaranta giorni, una stagione intera, per “recuperare pienamente il senso penitenziale e battesimale della vita cristiana”.
Per quanto sia grande il peccato, più sovrabbondante ancora è la misericordia di Dio. La Quaresima ci assicura che “non c’è male irreversibile, non c’è catena infrangibile, non c’è colpa imperdonabile”. La grazia penetra e opera anche nei luoghi ove estrema è l’aberrazione, lasciando segni visibili, scie luminose dentro le tenebre più fitte. Si può restare giusti anche se deboli, si può essere onesti anche se si guasta una parte dell’anima. Anche lo “spartito” di una vita moralmente equivoca può contenere al suo interno dei brani splendidi. E il mondo è pieno di parole vere e stupende pronunciate da peccatori, di azioni bellissime compiute da chi sembrava capace soltanto di cattiverie; neanche Caino è riuscito a cancellare dai suoi figli l’immagine di Dio. “Restiamo umani – scrive Luigino Bruni – anche quando siamo cattivi. Siamo Adamo prima di essere anche Caino, e restiamo Adamo anche dopo Abele”.
“La Sacra Scrittura – osserva Papa Francesco – ci offre luminosi esempi di figure di penitenti che, rientrando in sé stessi dopo aver commesso il peccato, trovano il coraggio di togliere la maschera e aprirsi alla grazia che rinnova il cuore. Pensiamo al re Davide e alle parole a lui attribuite nel Salmo: ‘Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità’ (Sal 51,3). Pensiamo al figlio prodigo che ritorna dal padre (cf. Lc 15,20); o all’invocazione del pubblicano: ‘O Dio, abbi pietà di me, peccatore’ (Lc 18,13). Misurarsi con la fragilità dell’argilla di cui siamo impastati è un’esperienza che ci fortifica: mentre ci fa fare i conti con la nostra debolezza, ci apre il cuore a invocare la misericordia divina che trasforma e converte”.
Fratelli carissimi, l’incontro tra la miseria umana e la misericordia divina dà voce alla gratitudine. In un cuore raggiunto dalla grazia del perdono non c’è spazio né per il lamento né per il risentimento, ma solo per il rendimento di grazie. Il primo passo che Dio compie verso di noi è quello di un amore incondizionato. Dio ama per primo; Egli non ci ama perché in noi c’è qualche ragione che suscita amore: Dio ci ama perché Egli stesso è amore (cf. 1Gv 4,16). Egli non lega neppure la sua benevolenza alla nostra conversione: semmai questa è una conseguenza del suo amore. San Paolo lo dice in maniera efficace: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Per amore Egli ha compiuto un esodo da Sé stesso, per venirci a trovare in questa landa dove era insensato che lui transitasse.
Fratelli carissimi, questo è il momento favorevole per iniziare un cammino di vera conversione: non lasciamoci sfuggire l’occasione che questo tempo di grazia ci concede. Illuminante, al riguardo, è la testimonianza resa da Paolo VI il 9 maggio 1973: “Bisogna rifare l’uomo dal di dentro. È ciò che il Vangelo chiama conversione, chiama penitenza, chiama metànoia. È il processo di autorinascita, semplice come un atto di lucida e coraggiosa coscienza, e complesso come un lungo tirocinio pedagogico riformatore. È un momento di grazia, che di solito non si ottiene se non a capo chino”. L’epicentro della conversione è il cuore, ma il suo ipocentro è la mente! A cosa servirebbe fare qualche buon proposito di pentimento se non si convertissero le nostre attese, se non si rinnovasse “il modo di pensare” (cf. Rm 12,2)?
 

+ Gualtiero Sigismondi

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