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Solennità di San Feliciano - Concelebrazione solenne


Solennità di San Feliciano 2018 – Messa Pontificale
 
“Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35). Questa domanda, che risuona sulle labbra di Paolo, trova risposta nella Passio di San Feliciano, Patrono non solo della nostra Chiesa particolare ma anche di tutti i Folignati. Il cuore di Feliciano ha cessato di battere poco prima che i suoi piedi lasciassero, lungo la Via Flaminia, il territorio diocesano. Avendo le “mani ligate”, ha affidato al sangue il compito di benedire solennemente il suo popolo e di confessare, “fino alla fine”, la sua fede. Egli, infatti, “ha abbracciato la morte a testimonianza della fede”: “ha sostenuto la pacifica battaglia della fede fino all’effusione del sangue”; “ha lavato le vesti nel sangue dell’Agnello, causa e modello di ogni martirio”; “ha seguito le orme di Cristo sul cammino della croce con misteriosa fortezza, con invitta costanza, con coraggio apostolico”.
“Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace” (Is 52,7). Perché sono belli i piedi e non la bocca che deve confessare “Gesù è il Signore”? Perché sono belli i piedi e non il cuore che deve credere in Gesù risuscitato dai morti? (cf. Rm 10,9-10). Perché sono belli i piedi e non le mani che devono benedire? Perché sono proprio i piedi ad essere belli? Solo chi è infaticabile nel dono di sé conosce la risposta, perché sa, per esperienza, che i piedi sono i primi a piagarsi e gli ultimi ad arrendersi! È interessante rilevare che ai 72 discepoli il Signore non consente di portare i sandali (cf. Lc 10,4), mentre ai Dodici permette di calzarli (cf. Mc 6,9). Questa concessione trova conferma quando Gesù, “prima della festa di Pasqua”, compie il suo ultimo atto di omaggio ai piedi dei discepoli, lavandoli (cf. Gv 13,1-11), quasi battezzandoli; specchiandosi nell’acqua versata nel catino, abbraccia quei piedi che, nella fedeltà di una dedizione totale, avrebbero portato il Vangelo fino agli estremi confini della terra.
Fratelli carissimi, non basta celebrare la festa di San Feliciano, non è sufficiente sentire ammirazione per il Santo Patrono; bisogna avere anche il coraggio di corrergli appresso, avendo ben chiaro che il martirio non è l’ideale supremo della vita cristiana, perché al di sopra di esso vi è l’amore verso Dio e verso il prossimo. Lo dice chiaramente l’apostolo Paolo nell’inno alla carità: “Se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe” (1Cor 13,3). Il martirio di San Feliciano ci insegna che esistono due maniere di morire: chiudendosi in se stessi o, al contrario, dando la vita. “Il Vangelo si realizza – avverte Papa Francesco – quando il cammino della vita giunge al dono. Donare gratuitamente, per il Signore, senza aspettarsi qualcosa in cambio: questo è segno certo di aver trovato Gesù, che dice: ‘Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date’ (Mt 10,8)”. Il tema della gratuità è profondamente legato a quello della libertà nell’amore. Non tutto ciò che è generoso è gratuito, se non è garantito dalla libertà di donare se stessi, con gioia (cf. 2Cor 9,7).
La gratuità del dono di sé è determinata dalla libertà di investire in favore degli altri il tempo, di cui siamo tutti così avidi. Accudire un malato, accogliere chi ha bisogno di essere ascoltato, offrire il perdono a chi ci ha offeso: questa è gratuità!  Come una delle giustificazioni più insopportabili della durezza di cuore è dichiarare di non avere tempo – da perdere! –, così una delle manifestazioni più luminose della larghezza di cuore è impegnarsi volontariamente, in modo associato, cioè qualificato, a servizio dei fratelli bisognosi di aiuto. La generosità non è gratuita se non matura gli interessi che solo il tempo offerto in dono, senza fretta e senza calcoli, può accreditare sul conto sempre aperto della carità, che “non avrà mai fine” (1Cor 13,8).
Fratelli carissimi, per quanto molteplici possano essere le motivazioni e le vie che spingono a entrare nel mondo del volontariato, alla base di tutte sta in fin dei conti un investimento sicuro: quello della gratuità. Ovviamente, quanti sono impegnati a titolo gratuito nei più svariati settori della società “non sono i tappabuchi”, ma persone che contribuiscono a compiere l’opera di promozione umana, senza sottrarsi ai propri doveri familiari e professionali. Il progresso e la dignità di una società dipendono, infatti, da coloro che sanno prodigarsi oltre il dovuto nella condivisione del tempo, delle doti e anche dei beni materiali. Sebbene la giustizia preceda la carità, tuttavia occorre riconoscere quanto sia vero quello che si legge nell’enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate: “Senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia”. Perché vi sia autentica giustizia è necessario quel “di più” che solo la gratuità e la solidarietà possono suscitare.
Tale solidarietà non può essere delegata allo Stato, tuttavia al volontariato risultano essere ancora troppo “appaltati”, da parte delle istituzioni, i molteplici ambiti della lotta alla povertà. Molto spesso, infatti, “la generosità del volontariato e persino la creatività del terzo settore sono intese come disponibilità illimitata a supplire alle carenze e alle inefficienze dei servizi statali e territoriali”. Pertanto, è necessario rinnovare, in un’ottica sussidiaria, l’alleanza sulle politiche sociali, basata sulla cooperazione responsabile e non sulla comoda delega. La Caritas diocesana, con i vari progetti e le sue articolazioni parrocchiali, non intende certamente arretrare rispetto alla necessità di affrontare punti critici e complessità, ma ritiene essenziale ribadire il suo ruolo di organismo pastorale con prevalente funzione pedagogica.
Fratelli carissimi, educare a mettere a disposizione degli altri anche solo la “decima” del proprio tempo è un obolo che arricchisce non solo chi lo riceve. Il martirio di San Feliciano ci sollecita a non disperdere il capitale della rete di solidarietà sociale, di cui il mondo cattolico è parte integrante. Egli, che ha versato il proprio sangue, non ci chiede di fare lo stesso, ma forse ci invita a non tirarci indietro nel donare sangue, una forma nobilissima di volontariato. Giunto al martirio carico di anni, San Feliciano ha testimoniato che non c’è amore più grande di questo: “dare la vita per i propri amici” (cf. Gv 15,13). Noi siamo suoi figli devoti, ma lui ci considera suoi fedeli amici!
 

+ Gualtiero Sigismondi

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