CERCA NEL SITO
» Home » Vescovo »  Omelie »  Solennità della B. V. Maria del Pianto

Solennità della B. V. Maria del Pianto


Festa della Madonna del Pianto, 14 gennaio 2018
 
“C’era la Madre di Gesù” (Gv 2,1): così inizia il racconto del “segno” delle nozze di Cana. L’evangelista Giovanni chiama i miracoli “segni”, perché Gesù non li opera per suscitare meraviglia, ma per rivelare l’amore misericordioso del Padre. Il primo di questi “segni”, compiuto a Cana di Galilea (cf. Gv 2,11), è una vera e propria “epifania” che manifesta la gloria di Cristo. “Sarà la fede di Maria – osserva Papa Francesco – a provocare a Cana il primo segno miracoloso, che contribuisce a suscitare la fede dei discepoli”.
La Madre di Gesù, a Cana di Galilea, interviene alla festa di nozze con discrezione: si mette in disparte senza farsi da parte. Ella, con la prontezza e la concretezza della delicatezza, non esita a far notare al Figlio suo che è venuto a mancare il vino. Gesù, dopo averle risposto con franchezza che non è ancora giunta la sua ora, accoglie la supplica di sua Madre, trasformando in vino – elemento tipico del banchetto nuziale (cf. Am 9,13-14; Gl 2,24; Is 25,6) – l’acqua delle anfore di pietra utilizzate “per la purificazione rituale dei Giudei” (Gv 2,6).
Alle nozze di Cana la Madre di Gesù ascolta e parla anche con gli occhi: il tratto di Maria che più colpisce è la vigilanza. Chi più e meglio di una madre sa sentire e dialogare con lo sguardo? L’espressione “non hanno vino” (Gv 2,3) sembra di vederla scritta negli occhi di Maria prima ancora di sentirla sulle sue labbra! Ella, come scorge nello sguardo dei servi i riflessi dello smarrimento per la mancanza di vino, così intercetta negli occhi del Figlio la disponibilità ad offrire una “primizia” della gioia pasquale: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Questa raccomandazione sollecita i servi a prestare grande attenzione alle parole di Gesù: “Riempite d’acqua le anfore” (Gv 2,7). Forse, con un cenno degli occhi, sarà stata la Madre di Gesù a lasciare intendere loro di aggiungerne ancora, “fino all’orlo”.
A Cana Maria non è appellata parthènos, “vergine”, come nel resto delle narrazioni evangeliche, ma è chiamata dal Figlio guné, “donna”; con lo stesso titolo Egli la saluterà ai piedi della Croce consegnandole l’apostolo Giovanni (cf. Gv 19,26). Tanto a Cana, quanto sul Golgota, il dialogo tra Gesù e sua Madre è riassunto dallo sguardo; entrambi rimangono prossimi, ma immersi nella continua tensione che sembra riuscire a separarli. Questa singolare dialettica, affidata ai loro occhi, trova conferma nelle somiglianze di espressione e di posizione fra le immagini della Pietà e le Madonne con Bambino, in cui il volto di Maria, velato di stupore e di dolore, annuncia l’ora dello Stabat Mater. La Croce incombe talmente su di Lei che “il gesto con cui raccoglie in sé Gesù Bambino somiglia a quello di un addio: nascita e morte diventano in Lei un solo istante”. “La morte di Dio – scrive Massimo Cacciari nell’opuscolo dal titolo Generare Dio – passa attraverso il Sì di Maria Vergine (…). Sono le sue lacrime l’unico specchio in cui la Croce del Figlio potrebbe riflettersi senza in nulla essere tradita”.
Come a Cana di Galilea Maria ha ottenuto dal Figlio suo un “primo assaggio” del “vino della nuova ed eterna alleanza”, così, ancor oggi, come Madre premurosa, viene in nostro soccorso ripetendo a Gesù: “Non hanno vino” e raccomandando a tutti noi: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. Maria è l’otre nuovo che raccoglie le nostre lacrime, le distilla in silenzio e le consegna al Figlio suo. Solo Lei può farlo perché il suo Cuore immacolato non appare occupato da altro che dalla volontà di accogliere il grido della nostra preghiera, che conosce l’alfabeto delle lacrime. I suoi occhi materni sono capaci di intendere e di farsi portavoce persino del nostro silenzioso pianto. La luminosità del suo sguardo ha la facoltà di ascoltare e di parlare: di ascoltare la lingua universale delle lacrime e di discuterne con il Figlio suo!
Fratelli carissimi, a Cana di Galilea Maria insegna l’arte di parlare e di ascoltare con gli occhi. Non sente con gli occhi chi non è in grado di sollevare lo sguardo; la sordità degli occhi è la forma più grave di cecità! La sordità degli occhi li rende muti, aridi, incapaci di versare lacrime di gioia e di dolore! Il Signore ha concesso agli occhi la facoltà di dialogare; agli occhi ha dato persino l’impossibilità di mentire! Le parole e i gesti possono essere menzogneri, ma non lo sguardo! Alla Vergine Maria non osiamo chiedere di asciugare le nostre lacrime, senza averle domandato di aiutarci a liberare i nostri occhi dalle “torbide suggestioni del male”.
 

+ Gualtiero Sigismondi

  CREDITI  DIOCESI DI FOLIGNO . Curia vescovile . Piazza Mons. Faloci 3 . 06034 FOLIGNO [PG] . tel. 0742 350473 . fax 0742 349021 . e-mail: info@diocesidifoligno.it
Facebook  Twitter  Google +