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Incontro di riconciliazione fra le Famiglie francescane, Basilica della Porziuncola


Incontro di riconciliazione fra le Famiglie francescane – Porziuncola, 11 luglio 2016
 
            “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso”: le mura della Porziuncola sono testimoni e custodi dell’eco del grido di gioia con cui san Francesco ha annunciato la concessione dell’indulgenza da parte di Onorio III a coloro che “pentiti e confessati” varcheranno la Porta santa di questo luogo benedetto dal Signore e abitato dalla “Vergine fatta Chiesa”. Se queste mura potessero amplificare l’eco del grido di esultanza di Francesco farebbero una glossa davanti ai Ministri Generali delle Famiglie francescane: “Fratelli miei, voglio mandarvi tutti insieme in Paradiso”.
            Nell’itinerario sinodale che conduce al “Capitolo generalissimo” non poteva mancare, nell’VIII Centenario del “Perdono di Assisi”, questa tappa alla Porziuncola; si tratta di una sosta nella quale ci disponiamo a chiedere perdono a Dio, con “cuore sincero”, per ogni forma di risentimento, di pregiudizio, di incomprensione, di conflitto e di separazione che nel passato hanno compromesso il vincolo di unità e di pace dell’intero Ordine francescano.
Fratelli carissimi, “il Signore punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, ma dimostra la sua bontà fino a mille generazioni” (cf. Es 20,5-6; 34,7). “Il perdono contraddice la matematica, perché la misericordia è piuttosto una grammatica”. Quanto questo sia vero ce lo ha ricordato il brano evangelico, in cui il Signore dice a Pietro che la capacità di accogliere la misericordia di Dio dipende dalla libertà di perdonare “di cuore” i fratelli “fino a settanta volte sette” (cf. Mt 18,21-35). Come la misericordia precede il pentimento dell’uomo, così la grazia del perdono suppone la riconciliazione con i fratelli (cf. Mt 6,14-15). Non si tratta di un “ricatto” ma di un appello a “riscattare” la capacità del cuore umano di “rivestirsi della carità” (cf. Col 3,12-15). “Un cuore vuoto di amore – avverte Papa Francesco – è come una chiesa sconsacrata, sottratta al servizio divino e destinata ad altro”.
Il perdono di Dio è immeritato ma non incondizionato: è legato a quella particolare “economia” dell’amore che non calcola ma dona, non mette ipoteche ma le cancella, non pone vincoli ma salda tutte le pendenze. Non si perdona perché si dimentica, si dimentica perché si perdona. Il perdono non annulla le esigenze della giustizia ma le compie, non tollera le ingiustizie ma le denuncia, non è remissivo ma costruttivo, non è vile ma mansueto, porge l’altra guancia ma con dignità, come ha fatto Gesù con chi lo ha schiaffeggiato (cf. Gv 18,22-23). Il perdono non sostituisce il giudizio ma lo supera, ricrea le condizioni per un nuovo inizio: “comporta sempre un’apparente perdita – rilevava Giovanni Paolo II nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 2002 – a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine”. Il perdono non è un condono, ma l’espressione più alta del dono di sé: non è neppure un colpo di spugna ma una folata di vento dello Spirito, il quale viene contristato dalla durezza dei nostri cuori (cf. Ef 4,29-32).
L’uomo non è mai tanto libero di lasciarsi guidare dallo Spirito santo (cf. Gal 5,18) come quando recita il confiteor con “cuore contrito e umiliato”, ammettendo di averlo rattristato, di avergli opposto resistenza, di averlo disprezzato e addirittura spento.
“Non vogliate rattristare lo Spirito santo, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione” (Ef 4,30). Rattrista lo Spirito chi non conosce il linguaggio universale della carità, chi non sa “sorvegliare la porta della labbra”, chi non riesce a estirpare dal suo cuore “ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità” (Ef 4,31).
 “Testardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie – lamenta Stefano –, voi opponete sempre resistenza allo Spirito santo” (At 7,51). Oppone resistenza allo Spirito chi è sordo alla Parola del Signore, chi è incapace di ascoltarla, di accoglierla, di custodirla e, soprattutto, di testimoniarla senza mercanteggiarla, senza falsificarla e senza sottoporla a privata spiegazione.
 “Chi disprezza queste cose non disprezza un uomo, ma Dio stesso, che vi dona il suo santo Spirito” (1Ts 4,8). Disprezza lo Spirito chi è incapace di “trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalla passione” (cf. 1Ts 4,4-5); disprezza lo Spirito chi inquina il proprio sguardo, dimenticando che “la lampada del corpo è l’occhio” (Mt 6,22).
“Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie” (1Ts 5,19-20). Spegne lo Spirito chi non osserva la disciplina della comunione ecclesiale che richiede, da un lato, di “avere riguardo per quelli che fanno da guida nel Signore” (cf. 1Ts 5,12-13) e, dall’altro, di “ammonire gli indisciplinati, di incoraggiare i pusillanimi, di sostenere i fratelli più deboli” (cf. 1Ts 5,14).
“Nulla può rimettere la Chiesa senza Cristo – riconosce il beato Isacco della Stella, quasi coevo di Francesco di Assisi – e Cristo non vuole rimettere nulla senza la Chiesa”. Nel sacramento della Riconciliazione – “seconda tavola di salvezza dopo il Battesimo” – Dio perdona i nostri peccati, e tuttavia rimane l’impronta negativa che essi lasciano nei nostri comportamenti e nei nostri pensieri. “La misericordia di Dio però è più forte anche di questo. Essa – scrive Papa Francesco nella Bolla Misericordiae vultus – diventa indulgenza del Padre che attraverso la Sposa di Cristo raggiunge il peccatore perdonato e lo libera da ogni residuo della conseguenza del peccato (…). Indulgenza è sperimentare la santità della Chiesa che partecipa a tutti i benefici della redenzione”.
Nel chiedere al Signore il dono dell’indulgenza la lex orandi ci assicura che la creatura umana, benché in Adamo si sia votata al peccato, resta candidata alla grazia nell’unità del Corpo ecclesiale. “Non guardare ai nostri peccati, ma alla fede della tua Chiesa”: non c’è supplica più disarmante di questa per chiedere al Signore, che sa ricavare il bene da tutto, di convertire gli “scismi” dell’Ordine francescano nello “sciame” di uno “sviluppo pluriforme”. Ci ottengano questo dono i SS. Benedetto e Francesco, i “due olivi” (cf. Ap 11,4) che Dio ha piantato nella terra umbra la quale, come testimonia la stessa Porziuncola, ha fondamenta benedettine e un elevato francescano.

+ Gualtiero Sigismondi

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