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Catechesi del Vescovo per la Quaresima 2016



Meditazione dettata agli operatori pastorali, riuniti in Cattedrale, all’inizio della Quaresima 2016
 



“La Quaresima di questo Anno giubilare – scrive Papa Francesco – è un tempo favorevole per rimettere al centro quelle che la tradizione della Chiesa chiama le opere di misericordia corporale e spirituale. Esse ci ricordano che la fede si traduce in atti concreti e quotidiani, destinati ad aiutare il nostro prossimo nel corpo e nello spirito”. Il card. Giacomo Biffi rilevava, con sottile ironia, che “l’elenco delle opere di misericordia corporale e spirituale è il più sbiadito nella coscienza comune; esso appare un po’ ruvido e spigoloso, forse perché la nostra anima si è fatta più delicata e irritabile”. Mentre le opere di misericordia corporale “toccano la carne del Cristo nei fratelli bisognosi di essere nutriti, vestiti, alloggiati, visitati”, le opere di misericordia spirituale “toccano più direttamente il nostro essere peccatori”. 

Immenso è il campo delle opere di misericordia, ma perdonare le offese è, senza dubbio, l’opera di misericordia spirituale più impegnativa, anche perché il perdono non deve essere soltanto “offerto”, ma anche “accolto”. E tuttavia, non è semplice per nessuno ammettere di essere debitori: è più facile dichiararsi creditori. San Giovanni Crisostomo afferma che “niente ci rende tanto simili a Dio quanto l’essere sempre disposti a perdonare”. Solo il perdono fa entrare nell’esperienza delle beatitudini: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia” (Mt 5,7). Solo il perdono aiuta a vivere la preghiera con coerenza e autenticità, senza ipocrisia: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe” (Mc 11,25). Non si tratta di un ricatto, ma di un invito a riscattare la capacità del cuore umano di accogliere il perdono di Dio, vincendo l’odio con l’amore.

Il perdono non è un condono, ma l’espressione più alta del dono di sé: è un antidoto al rancore e un integratore della correzione fraterna. “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui” (Lev 19,17). La forza rinnovatrice del perdono disarma l’istinto di vendetta che si nasconde persino dietro il desiderio di fare giustizia. Il perdono non è un sentimento ma una decisione che ha i suoi tempi di maturazione e un rigoroso protocollo: fare pace con le ferite proprie e altrui; chiamare il male per nome; vederlo in sé, oltre che fuori; lasciare a Dio il giudizio ultimo su ciò che non si può accettare e la soluzione di ciò che al presente è irrisolvibile; dare a chi ha sbagliato nuove possibilità e gli strumenti per cambiare; nutrire la serena fiducia che nulla è mai perduto. 

 “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). L’eco di questo imperativo risuona nelle lettere paoline: “Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Rm 12,14); “Non rendete a nessuno male per male” (Rm 12,17; 1Tes 5,15). A queste raccomandazioni, formulate al plurale, segue un pressante appello espresso in forma confidenziale: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12,21). Non si tratta semplicemente di un buon consiglio e nemmeno di un suggerimento, ma di una vera e propria supplica. “Chi ama – si legge nell’inno paolino alla carità, secondo la versione interconfessionale – è sempre comprensivo, sempre fiducioso, sempre paziente, sempre aperto alla speranza” (1Cor 13,7). Il perdono apre percorsi di amore gratuito. “La proposta del perdono – osservava Giovanni Paolo II – non è di immediata comprensione né di facile accettazione; comporta sempre un’apparente perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine”.

“Il perdono contraddice la matematica – scrive il card. Gianfranco Ravasi nell’opuscolo dal titolo Grammatica del perdono –, perché la misericordia è piuttosto una grammatica”. In antitesi all’equazione “occhio per occhio” (cf. Gen 4,24) si pone, dunque, la grammatica del perdono, così com’è illustrata da Gesù nella parabola del servo spietato (cf. Mt 18,21-35), che egli narra per rispondere all’interrogativo sollevato da Pietro: “Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (Mt 18,21). La capacità di accogliere il perdono di Dio, il quale “dimostra la sua bontà fino a mille generazioni” (cf. Es 20,6; 34,7), dipende dalla libertà di perdonare “di cuore” i fratelli “settanta volte sette”. Il perdono di Dio è immeritato ma non incondizionato: è legato a quella particolare “economia” dell’amore che non calcola ma dona, non mette ipoteche ma le cancella, non pone vincoli ma salda tutte le pendenze. 

Il perdono spezza la catena rigida del dare-avere e introduce la logica della gratuità del dono. Facendo riferimento alla celebre immagine evangelica della trave e della pagliuzza (cf. Mt 7,3-5), san Francesco di Sales rileva: “Di solito coloro che perdonano troppo a se stessi sono più rigorosi con gli altri”. Si dovrebbe invece essere coerenti e ristabilire la legge della reciprocità che brilla nel Padre nostro: “Rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori” (Mt 6,12). Questa legge non annulla le esigenze della giustizia ma le compie, non tollera le ingiustizie ma le denuncia (cf. Ef 4,32; Col 3,13): non è un colpo di spugna, non ha niente in comune con la pietà condiscendente, non è vilmente rinunciataria, non retrocede dalle proprie responsabilità. Il perdono non è remissivo ma costruttivo, non è vile ma mansueto, porge l’altra guancia (cf. Mt 5,39) ma in modo ragionevole, come fa Gesù con la guardia che lo schiaffeggia: “Perché mi percuoti?” (cf. Gv 18,22-23). 

“Perdonare – scrive Luigi Alici nell’opuscolo dal titolo L’angelo della gratitudine – non è chiudere gli occhi dinanzi al male: non si perdona perché si dimentica, si dimentica perché si perdona”. La prassi del perdono non è una debolezza complice, anche perché chi lo concede deve essere munito di una grande forza spirituale, di una intensa vigilanza sulle proprie passioni, di una severa disciplina nei confronti della propria aggressività, perché “l’ira dell’uomo non compie ciò che è giusto davanti a Dio” (Gc 1,20). Il vizio capitale dell’ira ha il sopravvento là dove il cuore è incapace di cercare e di trovare le chiavi del perdono. Una cosa è sfogarsi appassionatamente per mostrare lo sdegno contro l’ingiustizia e la violenza, altra cosa è covare un rancore cieco e furibondo. E tuttavia, qualora ci si adiri anche per una causa giusta, è necessario deporre l’ira, smaltirla in giornata, perché non si trasformi da impulso in vizio, da indignazione in aggressione vendicativa, e non degeneri in vero e proprio astio. 

“Non tramonti il sole sopra la vostra ira e non date spazio al diavolo” (Ef 4,26-27): se il sole tramonta sull’ira, l’aurora viene svegliata dal rancore, che erompe dalle viscere senza freni. Se la suscettibilità è, per così dire, uno dei sintomi dell’ira, la sua causa scatenante è il “folle orgoglio”. Secondo l’autore della lettera agli Efesini per liberarsi dal potere dell’ira occorre vivere nella benevolenza, nella misericordia e nel perdono reciproci (cf. Ef 4,31-32). Edificante, al riguardo, è la raccomandazione di Evagrio Pontico, uno dei più grandi Padri del deserto, vissuto nel IV secolo: “Allontana dalla tua anima i pensieri dell’ira e non bivacchi l’animosità nel recinto del tuo cuore”. L’ostinazione dell’iracondo costituisce un terreno fertile per l’azione del diavolo, che, coerentemente all’etimo del suo nome, tende a disgregare, distruggere, dissipare e disperdere. Solo rinunciando alla vendetta si evita di favorire il maligno, di fargli spazio. 

Disarmante, per semplicità e prudenza, è quanto insegna Doroteo di Gaza, eremita vissuto nel VI secolo, sulla necessità di incolpare se stessi quando si incorre “in qualunque contrarietà”. “Forse qualcuno mi obietterà: ‘Perché dovrebbe incolparsi chi, standosene in tutta tranquillità, viene insultato dal fratello che sopraggiunge con qualche parola offensiva e infamante e, non potendola sopportare, si ritiene in diritto di adirarsi e protestare? Poiché se quello non fosse giunto e non avesse parlato e non avesse dato fastidio, egli non avrebbe peccato’. La scusa è certamente ridicola e non poggia su un ragionevole fondamento. Non è stato certamente per il fatto che gli sia stata detta qualche parola che è ribollita in lui la passione dell’ira, ma piuttosto quelle parole hanno svelato la passione che già si portava dentro (…). Perciò se vuole ottenere misericordia, faccia penitenza, si purifichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento essendo stato messo da lui in un’occasione di progresso spirituale”.

La fiamma dell’ira, alimentata dal vento dell’orgoglio, inaridisce il cuore. Quanto questo sia vero lo insegna la lex orandi, che domanda al Signore di irrigare i deserti dell’anima: “Ascolta, o Padre santo, la preghiera degli umili. Dona un linguaggio mite, che non conosca i fremiti dell’orgoglio e dell’ira. Donaci occhi limpidi, che vincano le torbide suggestioni del male. Donaci un cuore puro, fedele nel servizio, ardente nella lode”. In questo tempo santo, “proteso alla gioia pasquale”, la Liturgia delle Ore invoca il Signore, “Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione” (2Cor 1,3), chiedendogli di liberarci non solo dai “fremiti dell’ira” ma anche “dall’ira del giudizio”: “Ricorda che ci plasmasti col soffio del tuo Spirito: siam tua vigna, tuo popolo e opera delle tue mani. Perdona i nostri errori, sana le nostre ferite, guidaci con la tua grazia alla vittoria pasquale”. 

+ Gualtiero Sigismondi


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