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Relazione al Consiglio Pastorale Diocesano



CONSIGLIO PASTORALE

La Chiesa, che Papa Francesco vuole “in uscita missionaria”, è chiamata a portare al mondo la misericordia e la salvezza di Dio. “Egli, nella sua immensa misericordia, supera l’abisso dell’infinita differenza tra Lui e noi e ci viene incontro. Per realizzare questa comunicazione con l’uomo, Dio si fa uomo: non gli basta parlarci mediante la legge e i profeti, ma si rende presente nella persona del suo Figlio, la Parola fatta carne. Gesù è il grande costruttore di ponti, che costruisce in sé stesso il ponte della comunione piena con il Padre”.



“Mentre nel mondo, specialmente in alcuni Paesi, riappaiono diverse forme di guerre e scontri, noi cristiani insistiamo nella proposta di riconoscere l’altro, di sanare le ferite, di costruire ponti, stringere relazioni e aiutarci a portare i pesi gli uni degli altri” (Evangelii gaudium, 67). Di muri se ne sono alzati a decine in un passato nemmeno troppo remoto; persino ai nostri giorni se ne sta innalzando uno di filo spinato! Nell’ultimo dossier della Caritas Italiana dal titolo Mari e muri mortali per i migranti vengono elencati i muri innalzati: oltre 50, secondo gli ultimi dati! Sono muri costruiti con le pietre dell’inimicizia (cf. Ef 2,13-18), che sbarra ogni varco e chiude qualsiasi passaggio. Per aprire una breccia in questa muraglia non c’è strumento più efficace del perdono! 



Più che muri o argini da alzare, sono i ponti che occorre costruire, intercettando in ogni dimensione umana un’attesa che la speranza cristiana è chiamata ad allargare. “Quanto più intensa è la comunione tra di noi – scriveva Giovanni Paolo II al n° 22 della Pastores gregis – tanto più sarà favorita la missione”. Il dialogo, parola-ponte, parola che crea ponti è lo strumento fondamentale dell’evangelizzazione. Certo, il dialogo è faticoso, talora arduo, anche perché – come suggerisce l’etimo stesso del vocabolo – esso è l’attraversamento (dià) di un lògos, ossia di un discorso scomponendone tutti i segmenti argomentativi e, se si vuole, è anche l’incrociarsi (dià) di due logoi di matrice diversa, se non opposta. 



Le nuove istanze poste dalla modernità sollecitano a raccogliere la sfida del dialogo e a fronteggiarla con serena fiducia, ben sapendo che la Chiesa, nei suoi antichi scrigni che racchiudono tutto il tesoro di sapienza della storia cristiana, potrà e saprà trovare tutto ciò che le sarà necessario per rispondere alle nuove domande e vincere le nuove sfide che la modernità continuamente le propone. All’unica condizione che non abbia paura di cercare fin nel fondo dei bauli e degli scrigni i tesori che il tempo vi ha depositato. 



La Provvidenza ha preparato le lunghe strade della Chiesa per giungere fino a noi e sostenere il cammino dell’evangelizzazione. La sfida da raccogliere non consiste solo nell’analizzare le cause e gli effetti di quella che ieri era chiamata “scristianizzazione” e oggi è detta “secolarizzazione”. La sfida dipende dal modo in cui si affrontano queste evoluzioni probabilmente irreversibili. Occorre non perdersi in sterili lamenti o in inutili sogni pastorali: nei “si potrebbe” e “si dovrebbe”. È necessario, invece, comprendere l’importanza di un’opera di “trivellazione”, cioè di “missioni in profondità”. 



Una Chiesa “in uscita” deve avere “il coraggio di raggiungere tutte le periferie esistenziali che hanno bisogno della luce del Vangelo” (Evangelii gaudium, 20). L’evangelizzazione non consiste nel fare proselitismo ma nell’avvicinarsi, umilmente e rispettosamente, a coloro che si sentono lontani da Dio e dalla Chiesa. Il Signore non forza la porta, non fa saltare la serratura, suona il campanello, bussa dolcemente e aspetta (cf. Ap 3,20). Questa “provvidenza d’amore”, che rispetta l’uomo persino nella sua bassezza e nel suo peccato, ricorda alla Chiesa che “l’architrave che sorregge la sua vita è la misericordia, un desiderio inesauribile di offrire misericordia”. 

+ Gualtiero Sigismondi
 


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